Consapevolezza etica: con la mindfulness non si imbroglia!

La ricerca scientifica sta trovando sempre più legami tra la pratica della mindfulness e la propensione ad un comportamento etico, uno dei principali core values di qualsiasi organizzazione o professione. In particolare, la letteratura sui processi decisionali etici si è decisamente orientata verso lo studio degli effetti della pratica di consapevolezza. Secondo tre ricercatori dell’Università di Miami, ad esempio, sottoporre studenti di scienze infermieristiche a programmi di mindfulness migliora i livelli di connessione con i pazienti e con i famigliari (Sanko, McKay e Rogers, 2016). In particolare, a sostenere il livello etico delle loro relazioni professionali e le capacità decisionali dei futuri infermieri sarebbe la consapevolezza approfondita dei propri stati emotivi. La “bussola” interna delle emozioni, quando ben “tarata”, è orienta dunque verso proprietà morali emergenti. Questo risultato è interessante quando si pensa alla formazione di individui che sono coinvolti in ruoli lavorativi di aiuto estremamente complessi e vicini alla sofferenza, coinvolti nella salute o nello sviluppo socio-economico.

Come una caraffa d’acqua sporca di terriccio che lentamente si schiarisce e diventa limpida a mano a mano che i detriti si sedimentano sul fondo, così la pratica meditativa rende chiara la visione delle cose, permette di fare spazio all’ascolto e di riordinare i pensieri per progettare scelte migliori. E’ quanto gli psicologi dell’Università della Virginia hanno scoperto già da una quindicina di anni per un’altra categoria di professionisti le cui decisioni sono continuamente scandite da questioni bioetiche e le cui relazioni richiedono ascolto, tatto, rispetto e principi morali: i medici (Connelly, 2005). Quando la narrazione del paziente non viene ascoltata completamente, aumenta la possibilità di errori diagnostici e terapeutici, diminuisce la probabilità di connessioni personali derivanti da un’esperienza condivisa, si perdono opportunità empatiche e i pazienti potrebbero non sentirsi compresi o curati. La pratica della consapevolezza – non giudicante, momento per momento – apre una porta sulla storia del paziente per far entrare la sua narrazione in maniera completa, accurata e compassionevole. La pratica della mindfulness sviluppa il focus dell’attenzione del medico e offre la possibilità di una narrazione significativa e importante tra paziente e medico.

Molte altre ricerche più o meno recenti suggeriscono un legame tra consapevolezza e processo decisionale etico anche in ambito economico. Una certa comprensione dei meccanismi alla base di questo effetto ci arriva dagli studi di tre ricercatori australiani del Dipartimento di Marketing della Monash Business School (Orazi, Chen e Chan, 2019). Questi hanno evidenziato il legame tra pratica meditativa di consapevolezza ed un conseguente stato percepito di abbondanza di risorse, dal quale deriverebbe la maggior tendenza a scegliere prodotti del commercio equo e solidale, ad essere disponibili a donazioni di beneficenza e ad aderire a iniziative di volontariato.

Ruedy e Schweizer (2011), due ricercatori rispettivamente dell’Università di Washington e dell’Università della Pennsylvania, affermano, in definitiva, che molte decisioni non etiche derivano da una mancanza di consapevolezza. Nei loro studi dimostrano che rispetto agli individui con scarsa consapevolezza, gli individui con alta consapevolezza hanno maggiori probabilità di agire eticamente, hanno maggior tendenza a valorizzare il rispetto di standard etici ed è più probabile che utilizzino un approccio al processo decisionale etico basato sui principi morali anziché sull’opportunità individuale. Inoltre, in alcuni giochi che venivano proposti ai soggetti sperimentali, i soggetti meno consapevoli tendevano a barare di più rispetto ai più consapevoli, quando era offerta ad entrambi i gruppi sperimentali la possibilità di imbrogliare. Con la mindfulness non s’imbroglia!

Photo by Tim Marshall on Unsplash

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