La La Land: l’individualismo dei sentimenti

Ieri sera in TV hanno dato La La Land. Per me un capolavoro, il primo musical che mi è piaciuto. Un cinema con il fascino di altri tempi e le tecniche odierne, quasi un miracolo.
Parlando con altre persone, ci siamo sempre fatti domande sul finale. Un finale amaro, senza cadere nella trappola dello spoiler, si sa, Ryan Goslin e Emma Stone si lasciano.

Poi a pensarci bene, è quasi un lieto fine: si frequentano per poche stagioni e poi si lasciano ognuno per seguire le proprie carriere con successo. Dovrebbe essere un buon finale, quanti amori “stagionali” abbiamo avuto in giovinezza? Divers1.

Ma c’è un grosso MA, che ha a che fare con il sogno americano e l’individualismo dell’arrivare. La persona che si è fatta da sola, che rischia sempre di essere “la persona che si è isolata da sola”.

Su una panchina si giurano eterno amore, mentre si lasciano: “ti amerò per sempre”, si dicono.
Lei parte per sette mesi, solo sette mesi per Parigi perché ha avuto finalmente la parte da protagonista. Lui prima ha successo con un gruppo musicale, le chiede di seguirlo e lei dice che non può. Poi quando si giurano eterno amore, lei sta per andare via solo per sette mesi e lui non la segue, seppur prima lo aveva chiesto a lei di farlo.

Lei parte, salto di tempo, dopo 5 anni lei ha un compagno e una bambina, incontra casualmente Ryan (nel film Sebastian) e non solo la nostalgia, ma il rimpianto di non aver proseguito il cammino insieme è evidente nel non detto, nella conversazione che non avranno.

Lui poteva seguirla 5 anni prima a Parigi, avrebbero coronato entrambi i sogni con la carriera che si stava aprendo a Emma Stone. Quindi perché no? Sembrerebbe un controsenso e invece ha una sua logica perfetta.
Nell’impero (cit. Toni Negri) – gli USA ancora lo sono – alcune inclinazione sono predominanti, come appunto l’individualismo dietro al sogno americano, il dover riuscire, molto meritevole perché in effetti si spaccano veramente in quattro per essere qualcuno.

Ma ecco il MA, dopo 5 anni si vedono e rimpiangono quello che non è stato. Dov’è qui la consapevolezza? Una consapevolezza individuale cristallina… ma perché sacrificare il loro percorso insieme per quello diviso?
Secondo me dovremmo portare la lente della nostra consapevolezza/attenzione proprio a questi processi, a come le nostre emozioni individualiste e quella partecipative (scusate le brutte espressioni) ci guidino e soprattutto dove possono condurci, separatamente e anche insieme… perché certamente esiste un sano individualismo, quello che serve a rafforzarci in momenti di debolezze in cui fatichiamo ad aprirci. Siamo delle porte, e le porte si devono poter aprire ma anche chiudere.

Ma prima di chiudere una porta, bisogna aver valutato bene ogni aspetto. La logica degli eventi del film rispecchia i nostri tempi (e non solo), la logica degli eventi nella nostra realtà quotidiana dovrebbe essere rischiarata un po’ di più dalla consapevolezza prima di optare per le emozioni individualistiche o quelle partecipative, prima di fischiettare da soli, tristi solitari y final “City of Stars…” e l’illuminante passaggio “There’s so much that I can’t see” per poi affermare ” Just one thing everybody wants […] it’s love”.

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