La mindfulness come pratica di liberazione

Coltivare così la consapevolezza può renderci sempre più liberi. Ma l’orizzonte di questa liberazione è esclusivamente privato?

Essere pilotati

“Mentre praticavo, ogni suono intorno mi irritava. Mi sono accorta che ero molto agitata, così sono tonata sul respiro e … mi sono accorta che non dovevo essere necessariamente trascinata dalle cose. Cioè potevo lasciarle … sullo sfondo, direi. È stata una rivelazione! Come una cosa che prima non sapevo fare e ora posso fare … Non ero necessariamente in balia delle cose – non sono in balia.”

Chiara (il nome è di fantasia) pronuncia queste parole con il viso sorpreso e sereno.  È una donna di 35 anni, colta e preparata, che ricopre una posizione di responsabilità nell’Amministrazione Pubblica. Ama il suo lavoro, ama la sua famiglia, le sue amiche e i suoi amici. Ma negli ultimi due anni ha dovuto affrontare un “problema di salute” – uno di quelli “seri”, ma per fortuna non “gravi”. Chiara non riusciva neppure a pronunciare la parola “cancro”. Poi, grazie alla pratica della consapevolezza, ha scoperto non solo di poterne parlare, ma anche di non essere più sopraffatta dalle mille preoccupazioni che la assalivano in prossimità degli esami di routine (sempre buoni, per fortuna). Ha lasciato andare  il senso di colpa (una scoperta liberatoria!) che la mordeva quando si concedeva di non pensare alla malattia e vivere la sua vita nei lunghi mesi tra un esame e l’altro.  “Quando parlavamo di non-reattività, una cosa è sentirla raccontare o averci pensato, un’altra è – quello che è successo”. Chiara ora è più libera, e più viva.

Insegnando e praticando mindfulness (e più in generale meditazione di consapevolezza) ho incontrato altri racconti simili: compagni e compagne di strada che hanno scoperto inaspettati spazi di liberazione nelle loro esistenze, spesso frenetiche o appesantite da ansie e preoccupazioni. Meditare, o meglio coltivare la consapevolezza,  è coltivare costantemente e intimamente la capacità di non reagire.

La reattività ha un nome ormai famoso: “pilota automatico”. Forse dovremmo iniziare a chiamare il suo opposto, la non-reattività, con il nome affascinante e impegnativo di “liberazione”.

Intuizione metacognitiva

Scientificamente possiamo descrivere quello che ci racconta Chiara un insight metacognitivo: un momento di comprensione diretta di come funziona la nostra mente. Si tratta di una particolare modalità di elaborazione emotiva, che John Teasdale nel 1999 descriveva così:

“In contrast to the `lost’ or `immersed’ quality of the mindless emoting mode, such direct experiencing is associated with reflexive, subjective awareness and a direct intuitive knowledge of experience from one moment to the next.”

La coltivazione della non-reattività, ossia della presenza accogliente e non giudicante che con accuratezza il praticante impara a portare alla sua esperienza, potenzia la sua capacità riflessiva. Questa può finalmente liberarlo dai cicli ripetitivi con cui egli stesso costruisce il disagio. Un conto è sapere che si sta interpretando in modo distorto la propria esperienza, un altro è farne esperienza diretta: si apre l’emozione del cambiamento, si gusta la libertà.  

Come sappiamo, la mindfulness vanta radici antiche e venerabili nell’insegnamento buddhista. Nei discorsi attribuiti al Buddha, si descrive come si costruisce il disagio esistenziale e come possiamo liberarcene. Il cosiddetto paticasammuppada (o coproduzione condizionata, in lingua pali) è una complessa spiegazione causale di come si genera la sofferenza umana. È composto da 12 anelli (nidana), ciascuno dei quali rappresenta un aspetto della nostra esperienza, legato l’uno all’altro come causa ed effetto. Non ho intenzione di discutere questa dottrina filosofica, che implica una precisa idea del mondo, quanto concentrarmi sugli anelli centrali di questo ciclo causale, perché mi sembrano particolarmente utili a comprendere il potenziale liberatorio della consapevolezza. In breve,  dal fatto di avere 6 organi di senso (per questa filosofia anche la mente è un organo di senso, quello deputato a percepire i pensieri) si apre la possibilità di entrare in contatto (phassa) con il mondo: tatto, vista, gusto, olfatto, udito e poi pensieri, ricordi, emozioni, sentimenti, sogni, la variegata esperienza di ciascuno di noi. Ogni singolo fotogramma  di questo ininterrotto film personale viene valutato (vedana): piacevole, spiacevole o indifferente. Il colore di ogni esperienza (tecnicamente dovremmo dire il suo tono edonico) scatena la nostra reattività (tanha, ossia la “sete”) che produrrà quell’ invischiamento con l’esperienza definito da Teasdale poco sopra “`lost’ or `immersed’ quality of the mindless emoting mode” –  una modalità ‘smarrita’ e ‘immersa’ della mente inconsapevole. I testi antichi definiscono questa modalità attaccamento (upadana). È a questo punto che ciascuno di noi perde la sua libertà, per ritrovarsi obbligato a seguire il sentiero già tracciato dalle abitudini ripetitive e dalle reazioni inconsapevoli che momento dopo momento diventano il nostro “carattere” (quella scusa sempre pronta che più o meno recita: “sono fatto così, è più forte di me”). E ci ritroviamo in un nuovo ciclo di disagio (bhava, letteralmente divenire). Ma esiste la possibilità di liberarsi.

Torniamo qualche passo indietro, come una moviola che riavvolge la sequenza di un’azione troppo veloce. Esattamente nel momento in cui sorgono le nostre valutazioni e si affaccia la reattività. Qui la consapevolezza può segnare la differenza, creando lo spazio in cui accogliere senza reagire i nostri pensieri, le nostre emozioni, le sensazioni fisiche e le percezioni dei nostri sensi: invece che restringere il campo al già noto, al già vissuto, all’impulso che parte da quello che crediamo stia accadendo, lo ampliamo, diamo spazio a più informazioni di quante credevamo ci fossero, e di conseguenza a più possibilità di rispondere – finalmente! – invece che reagire in modo riflesso. Siamo tornati a gustare la libertà, e da qui possiamo scegliere come agire. Il ciclo si interrompe. Il mondo, ossia l’insieme dei significati in base a cui organizziamo la nostra esperienza, si apre, perde vincoli e acquista possibilità.

Ecco perché coltivare così la consapevolezza può renderci sempre più liberi. Ma l’orizzonte di questa liberazione è esclusivamente privato? Questo costante lavorio dell’attenzione, questo impegno a non giudicare e a rispondere al di là dei pregiudizi e delle stereotipie con cui incontriamo la realtà, si esaurisce in un semplice benessere personale, come potrebbe essere un corso dell’ultima disciplina di grido in una palestra alla moda?

La mia personale impressione è che non sia e non possa essere così, perché quello che si acquisisce con l’esercizio della mindfulness non è un risultato, che sia la riduzione dello stress o la capacità di vivere più pienamente la nostra vita, ma un metodo. Il metodo della libertà. La mindfulness è un modo di procedere generale, perché a rifletterci solo un istante riguarda per intero la sfera della nostra esperienza. In breve il mondo. Quindi è ben possibile applicare lo stesso metodo (calma, apertura, comprensione e poi risposta libera) a qualsiasi ambito. Le conseguenze sociali e politiche di questo sono ancora tutte da esplorare, al di là di ogni appartenenza a fazioni e partiti. Ma come è possibile pensare ad una politica mindful?

La mia personale opinione, assumendomi il rischio della parzialità e dell’errore, è che sia necessario riportare al centro del dibattito politico la centralità dell’informazione, plurale, inclusiva e quanto più completa possibile. E rifondare il dibattito a partire dal ragionamento calmo e senza pregiudizi, depotenziando ogni “riflesso condizionato” e conoscenza pre-costituita, anzi sviluppare una salutare sfiducia per ogni formula breve ed emotivamente carica. È possibile tornare a provare il gusto della libertà? Come praticante, non posso che scommettere di sì.

Photo by Peter Lewis on Unsplash

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