Liberi di costruirsi: non-sé tra Dharma secolare e mindfulness

I praticanti di Dharma, nonostante le più diverse appartenenze filosofiche e religiose, hanno alcuni punti in comune: riconoscono che la dottrina di Gotama è una ricetta per guarire dalla sofferenza esistenziale. Al cuore di questo rimedio ci sarebbe la comprensione diretta e non concettuale dell’impermanenza di ogni realtà (anicca in Pali, la lingua in cui sono redatti alcuni degli insegnamenti più antichi attribuiti a Gotama). Questa esperienza conduce a comprendere, simultaneamente e altrettanto non concettualmente, l’insostanzialità di un sé persistente (anatta): alla base dell’esperienza non esiste un nucleo stabile e assoluto al di là dell’incessante fluire di cause ed effetti. Comprendere questo fino in fondo estinguerebbe la sofferenza esistenziale (dukkha). La mente si stabilizza nella vacuità (sunnata) di ogni rappresentazione e si sperimenta il risveglio, la meta ultima di ogni praticante di Dharma.   

Questa descrizione, nella quale ho deliberatamente e laicamente usato alcuni condizionali, per quanto imprecisa e limitata credo possa essere abbastanza fedele al nucleo di base del buddhismo – anche se le scuole Mahayana e Vajrayana aggiungerebbero diverse precisazioni a questo resoconto ultra-semplificato. Tutte molto interessanti.

Tuttavia il punto su cui vorrei condurre la riflessione non è sulle differenze dottrinali tra scuole buddhiste, ma se e come un insegnamento all’apparenza tanto mistico quanto scomodo (sembrerebbe dire: “crediamo solo di esserci, ma in realtà…”), possa essere integrato nella pratica della mindfulness. Si tratta di una proposta eretica su due fronti, tanto quello ortodosso buddhista, tanto quello altrettanto ortodosso della mindfulness. Per farlo, cercherò di de-mitologizzarlo, per inquadrarlo in una prospettiva secolare.

I protocolli MBSR e MBCT non mirano al risveglio spirituale dei partecipanti: più onestamente indicano come trarre il meglio dall’arte della consapevolezza per poter ridurre e risolvere i disagi quotidiani di chi li intraprende. Si tratta di percorsi manualizzati per diminuire (e imparare a gestire) lo stress, e prevenire la ricaduta nella depressione. Non intendo quindi proporre una “spiritualizzazione della mindfulness” – sarebbe scorretto dal punto di vista scientifico ed etico. In che modo quindi la dottrina del “non sé” potrebbe essere interessante per istruttori e praticanti di mindfulness?

“I costruttori di canali
convogliano l’acqua.
Il fabbro forgia le frecce.
Il falegname lavora il legno.
Il saggio doma se stesso”[1]

Questa è una citazione dal Dhammapada, un testo buddhista molto antico e molto popolare. Una raccomandazione che sembra in totale contraddizione con la dottrina del “non sé” (anatta): cosa domerebbe il saggio se questo sé non esiste? Il punto è piuttosto delicato. Ma voglio aggiungere dubbio al dubbio, se possibile. Nella parte finale del Satipatthana Sutta, il testo in cui Gotama ha più compiutamente e sistematicamente esposto la cosiddetta meditazione di consapevolezza, si fa riferimento alla pratica su alcune configurazioni specifiche di esperienza (i dhamma). Alcuni, come l’impedimento dell’avversione, del dubbio confusivo, della bramosia, dell’agitazione e del torpore vanno contemplati per conoscerli e abbandonarli; altri, come la consapevolezza, l’investigazione della dottrina, l’energia, la gioia, la tranquillità, il raccoglimento (samadhi) e l’equanimità (i cosiddetti Sette Fattori del Risveglio) vanno coltivati e portati a perfezione. Non si fa esplicitamente menzione all’esperienza di “non essere un sé”. L’opera proposta, che è il culmine di un tragitto di riconoscimento, radicamento e analisi dell’esperienza, è un progetto di sviluppo piuttosto che di demolizione: la pars destruens del superamento di quello che affigge è funzionale alla pars costruens del compimento di quello che è buono, utile, saggio e liberatorio.

A partire da queste considerazioni, vorrei proporre una inversione di prospettiva: e se il concetto di “non sé” non fosse il punto finale, ma il punto di partenza della pratica? Se solo ammettendo di essere “un fascio di abitudini” citando William James, o un aggregato di attaccamento, usando l’espressione di Gotama, potessimo comprendere il lavoro meditativo nel suo vero significato di “sviluppo” (bhavana in Pali)?

In altri termini, per quanto ci è dato dalle limitazioni che la condizione umana impone (nascere, invecchiare e morire sono un destino tragico per ciascuno di noi, con cui dobbiamo fare i conti) se consideriamo il sé come una costruzione possiamo coltivarlo al meglio, liberandoci e godendo i frutti di questa attività di liberazione. Seguendo in questo la proposta di Stephen Batchelor, il Dharma può essere visto come un percorso per il completo sviluppo umano, piuttosto che come una via per una radicale ascesi decostruttiva.

Ora,  perché questo può essere interessante per chi pratica o insegna mindfulness? Penso che comprendere che l’individualità (il sé) è una costruzione contingente, il frutto di storia, inclinazioni, abitudini, condizionamenti biologici, apra alla possibilità della liberazione dal disagio psicologico. E a ben guardare, si tratta di un assunto tacito a partire dal quale un percorso di mindfulness può essere offerto e intrapreso. Così adottando (esplicitamente) questa prospettiva possiamo scoprire che la reattività abitudinaria con la quale incontriamo le esperienze quotidiane non ci definisce. Possiamo scegliere cosa ci definisce, e scegliere per la curiosità, l’apertura, la gioia di una mente raccolta, l’equilibrio e l’impegno etico. Scegliere per il bene. O più laicamente e modestamente, scegliere per il pieno sviluppo della vita umana.  

Photo by Kelly Sikkema on Unsplash


[1] (Dhammapada, 80 – Trad. Chandra Candiani,Edito dal’Associazione Santacittarama, 2002)

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