Mindfulfobia: “Non è Dharma!”

Pregiudizi e luoghi comuni sulla mindfulness possono distorcere il suo reale valore.

Per pensar male della mindfulness non occorre essere buddhisti; certo aiuta. Se vogliamo ascoltare qualche critica sulla mindfulness, ingenerosa e molto spesso infondata, ci basterà chiacchierarne con qualche nostro amico buddhista. Sarà una conversazione davvero molto interessante.

Ovviamente nessuno è al di sopra della critica. Come nessuno è immune al pregiudizio. Tutti noi per vivere semplifichiamo la realtà. Questa semplificazione (materia di ricerca per psicologi sociali) non risparmia i praticanti di Dharma: per molti di noi, senza distinzione di tradizione, la mindfulness è nel migliore dei casi come un parente campagnolo e sempliciotto che ci imbarazza in società (“Scusatelo, non sa come ci si comporta … “): parenti sì, ma alla lontana. Nel peggiore come una sorta di truffa organizzata, con cui il Capitale sfrutta una tradizione millenaria per fare soldi: “Il Dharma è ben altro! il Dharma è un dono gratuito!”. Non solo, c’è chi sostiene senza dubbi e senza prove che la mindfulness altro non è che rilassamento, un palliativo, acqua fresca: “Il Dharma è ben altro! è risolvere la sofferenza esistenziale!”

Vorrei provare a controbattere questi pregiudizi con un po’ di humour e ironia. Perché com’è vero che molti buddhisti non conoscono cosa sia davvero la mindfulness, è pur vero che molti istruttori di mindfulness non hanno un’idea chiara della provenienza di questa pratica. La conoscenza reciproca fa sempre bene. Anche solo per criticarsi meglio, come solo un amico può fare.

“La mindfulness non è Dharma!” – per fortuna, aggiungo. E lo dico da praticante. Sarebbe fondamentalista pensare che per stare meglio una persona con un problema di stress cronico, di ansia o di depressione ricorrente debba intraprendere un percorso filosofico o religioso. Oltre che intellettualmente disonesto. Quando parliamo di mindfulness stiamo parlando di una pratica di psicoeducazione, che si fonda su risultati di ricerca trentennali. Tutto (e non è poco) qui. Se un istruttore di mindfulness la spacciasse per altro, consiglierei di cambiare istruttore.

Limitare il raggio di azione e l’applicazione di alcune pratiche meditative ha permesso di studiarle, e di dimostrare perché fanno bene (1). Attenzione focalizzata, attenzione flessibile, funzioni esecutive, equilibrio emotivo, lateralizzazione del cervello, riduzione dell’attività della default mode network: nomi complessi, che un istruttore deve conoscere, perché dietro questo gergo per addetti ai lavori troviamo i motivi per i quali la mindfulness fa bene, proprio come la meditazione da cui proviene. E i motivi per cui non è una tecnica di rilassamento, ma un allenamento dell’attenzione.

Facciamo un esempio: la mindfulness (e la meditazione di consapevolezza) migliora le funzioni esecutive, ossia la nostra capacità di eseguire un compito senza distrarci. E inaspettatamente questo incide positivamente sul nostro equilibrio emotivo (Wallace and Shapiro, 2006; Lutz et al., 2008; Sahdra et al., 2011; Allen et al. 2012). Molto più che un semplice esercizio di rilassamento.

Certo, molto dipende dalla preparazione degli istruttori: è facile “spacciare” per mindfulness tecniche diverse, suggestioni, e sì – anche esercizi di rilassamento. Gli abusi sono dietro l’angolo, quando si ha a che fare con gli esseri umani. Ma questo è vero, e mi dispiace dirlo, anche per i maestri di Dharma. Abusi – talvolta più gravi che spacciare una tecnica per un’altra – possono essere compiuti da chiunque ricopra una posizione di potere.

E ora dopo aver rotto il ghiaccio, con un po’ di coraggio veniamo al pruriginoso problema economico. Certamente tutti noi staremmo molto meglio se i soldi non esistessero e potessimo vivere senza. Tuttavia occorre ricordare che un istruttore fornisce un servizio per cui si è formato: fatica, studio, pratica personale, e investimenti. Offre una prestazione professionale, per di più solidamente basata sulla ricerca. Dove sarebbe lo scandalo a chiedere un corrispettivo economico per questo servizio?

Non solo: un MBSR o un MBCT dura 8 settimane, al costo medio di circa 300€, per un massimo ragionevole di 15 persone (e sono davvero molte). Anche in queste condizioni non si possono organizzare che pochi corsi all’anno. Per un professionista si tratta di una attività collaterale. In altre parole, non credo ci siano molti istruttori di mindfulness che a colpi di cembali e body scan abbiano finalmente coronato il sogno della villa al mare con piscina. Chi lo fa è soprattutto convinto che faccia bene. E di fare del bene.

A dirla tutta, neanche il Dharma è davvero gratuito: i centri di di pratica hanno dei costi, gli insegnanti vengono pagati. Ovunque. Sì, anche il dana, ossia l’offerta spontanea che in alcune tradizioni è l’unico modo per offrire un sostegno agli insegnanti, è una forma di corrispettivo economico. Se fosse completamente gratuito, gli insegnanti sarebbero molto meno dei già pochi attivi oggi,

La minduflness non è Dharma. Eppure solo grazie al Dharma la pratica della mindfulness esiste. Cause e condizioni, a mio avviso positive, hanno avvicinato milioni di persone alla meditazione, alleviando la sofferenza che è frutto della fragilità umana. Non so dire dove questo ci porterà, ma a giudicare dai sorrisi al termine dei percorsi di mindfulness, non credo andrà così male.


(1)
  • Garrison, K. A., Zeffiro, T. A., Scheinost, D., Constable, R. T., & Brewer, J. A. (2015). Meditation leads to reduced default mode network activity beyond an active task. Cognitive, Affective, & Behavioral Neuroscience, 15(3), 712-720.
  • Lutz, A., Slagter, H. A., Dunne, J. D., & Davidson, R. J. (2008). Attention regulation and monitoring in meditation. Trends in cognitive sciences, 12(4), 163-169.
  • Malinowski P. (2012). Wirkmechanismen der Achtsamkeitspraxis. Wie fördert Meditation positive psychologische Veränderungen? [Mechanisms of mindfulness. How meditation fosters positive psychological change], in Achtsamkeit: Ein buddhistisches Konzept erobert die Wissenschaft [Mindfulness: A Buddhist concept conquers science], eds Zimmermann M., Spitz C., Schmidt S., editors. (Berlin: Hans Huber; ), 91–10
  • Teper, R., & Inzlicht, M. (2012). Meditation, mindfulness and executive control: the importance of emotional acceptance and brain-based performance monitoring. Social cognitive and affective neuroscience, 8(1), 85-92.
  • Sahdra, B. K., MacLean, K. A., Ferrer, E., Shaver, P. R., Rosenberg, E. L., Jacobs, T. L., … & Mangun, G. R. (2011). Enhanced response inhibition during intensive meditation training predicts improvements in self-reported adaptive socioemotional functioning. Emotion, 11(2), 299.
  • Wallace, B. A., & Shapiro, S. L. (2006). Mental balance and well-being: building bridges between Buddhism and Western psychology. American Psychologist, 61(7), 690.
  • Photo by Niels Steeman on Unsplash

    2 thoughts on “Mindfulfobia: “Non è Dharma!”

    1. Grazie Stefano di questo articolo! Come insegnante del programma MBSR e anche di meditazione Shamata-Vipassana mi trovo a continuamente sull’orlo di questi confronti e (più o meno) sottili critiche, che comunque non vengono mai dai partecipanti ai miei corsi…
      Trovo che la Mindfulness abbia il grande vantaggio di avvicinare anche chi non si sarebbe mai accostato alle pratiche meditative buddhiste; e se proposta con rispetto, preparazione e una solida base etica, non vedo perché non dovremmo utilizzarla come strumento di trasformazione.
      Un saluto caro,
      elisa

      1. Cara Elisa,
        grazie della tu testimonianza. Credo sarebbe utile a tutti prendere finalmente coscienza dei molti pregiudizi verso la pratica della mindfulness. Forse proprio per il suo carattere laico e non-religioso.

        Un caro saluto anche a te!
        Stefano

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