Mindfulness o Dharma secolare: la trappola degli “ismi”.

La tentazione di nuove ortodossie è una via facile che cela però un approccio superficiale, confuso e divisivo che impedisce la corretta comprensione.

Mindfulness o Buddhismo secolare? Questo è il dilemma. La pratica mainstream sembra oggi caratterizzata da un bisogno di laicità e pragmatismo che trova in questi due percorsi esiti possibili. Ma restano sul tavolo pregiudizi e una conoscenza superficiale dei contenuti e del metodo, sia dell’uno che dell’altra, che non aiutano ad avere un quadro chiaro dei processi in atto. Soprattutto, si creano semplificazioni settarie che, se hanno una giustificazione sul piano astratto delle idee,  rischiano però di spingerci verso quelli che Gotama chiamava “i punti morti del pensiero”. E così, si apre la porta all’emergere di nuove ortodossie dottrinali di cui, francamente si sente poco il bisogno.

Partiamo da questo oggetto dai contorni ancora in via di definizione che va sotto l’etichetta di Buddhismo secolare. Un’etichetta appunto. Che rischia, ancora una volta di creare fraintendimenti e contrapposizioni più di forma che di contenuto. Per essere chiari, il Buddhismo secolare non è un nuovo buddhismo. È semmai, un approccio al Dharma, alla pratica, un metodo di ricerca e di dialogo con la contemporaneità che parte dalla nostra prospettiva di uomini moderni, dal nostro “seculum”, appunto, il nostro tempo, e grazie a questa lente rivede il senso degli insegnamenti di una tradizione millenaria in modo che siano in grado di parlare all’uomo di oggi. Che non ha alternative che entrare in relazione con le dinamiche e i contenuti di un mondo lontano da quello dei paesi di origine del Buddhismo e dal contesto culturale in cui questo è nato e si è sviluppato. Ma pensare che il Buddhismo, o Dharma secolare che dir si voglia, sostituisca in qualche modo le tradizioni giunte fin qui, come fossero oggetti di antiquariato e ne crei un’altra è non solo un abbaglio ma una contraddizione in termini che rischia di buttare via il bambino con l’acqua sporca. Se, infatti, ci sono aspetti di origine meramente culturale, fideistico o devozionale presenti nelle varie tradizioni buddhiste che non siamo tenuti a prendere in carico e che spesso, anzi, sono un ostacolo altrettanto efficace nel creare pregiudizi, ciò non significa che queste non siano il veicolo, anzi i veicoli, grazie ai quali il Dharma è giunto fin qui. Quindi, un approccio che tenga conto delle nostre conoscenze storiche, filologiche, antropologiche e archeologiche è doveroso e fortemente di aiuto per fare chiarezza. Ma, per usare una metafora, occorre ricordare che, nonostante le differenze, tutti i fiumi che scorrono nel buddhisimo odierno hanno un’unica sorgente e ad essa si rifanno. Il Buddhismo secolare non è dunque in competizione con un qualsivoglia fantomatico Buddhismo tradizionale, i cui contorni, anche in questo caso, sono più frutto di una definizione convenzionale che non rende giustizia alla vitalità e al patrimonio di idee e di spunti presente in ciascuna di esse. Se la scommessa su come sarà il Buddhsimo occidentale è aperta, di certo la soluzione non risiede in un conflitto o in una contrapposizione che se è utile per definire un ambito di ricerca teorica, non trova riscontro nella realtà dei fatti. È forse più facile immaginare un percorso che sia la fusione di entrambi questi elementi. Si vedrà, ma di certo non è sufficiente affidarsi a singole letture per pensare di fondare un nuovo percorso che richiede, invece, confronto, dialogo, apertura e una dose non trascurabile di rischio e incoscienza. Il punto di fondo è se stare dalla parte di questa o di qualunque genere di ortodossia. Tradizionale o meno. Questo è il significato ultimo del Buddhsimo secolare: la scommessa. Va ricordato, per onor del vero, che la stessa parola Buddhismo, è stata creata dagli occidentali, come da abitudine, per definire in un unico luogo i confini dell’insegnamento del Buddha. Una contraddizione in termini che non tiene conto della caratteristica stessa di questa forma di ricerca che elogia l’impermanenza, la vacuità e l’assenza di una realtà definitiva e immutabile. Perché qualunque forma di Buddhismo non dovrebbe appellarsi a queste stesse caratteristiche pensando di essere depositaria di un’unica verità resta un mistero. Ma è chiaro che agli esseri umani piace molto avere certezze e poco stare nel non conosciuto. E veniamo ora alla presunta relazione Buddhismo e mindfulness o alla loro altrettanto presunta alterità.

Ci sono due elementi da chiarire però: prima di tutto sarebbe utile smetterla di riferirsi al Buddhismo solamente da una prospettiva funzionale come via di uscita dalla sofferenza. É molto di più e, peraltro, la traduzione di Dukkha come “sofferenza” é non solo fuorviante ma anche incompleta e getta sull’insegnamento di Gotama uno stigma pessimista (da cui deriva l’assunto che “la vita é sofferenza” – frase mai pronunciata) che, di fatto, non gli rende giustizia. Se così fosse la sua “parentela” con la Mindfulness sarebbe funzionalmente difficile da negare. Entrambi sarebbero immaginati come soluzione a un problema. Ma, di fatto, il punto é proprio questo: il Dharma non é funzionale a risolvere un problema specifico ma a vivere in modo compiuto e autentico. Se si considera l’atto del vivere come solo problematico in sé si finisce per sminuire di molto l’insegnamento buddhista. È una scappatoia facile ma non corretta. Il secondo elemento è che proprio per tutte queste ragioni, la Mindfulness non é Dharma. Va detto con altrettanta chiarezza. Questo non é un fatto di demerito né di merito. È un semplicemente fatto. Diversa, infatti, è la prospettiva che caratterizza questi due percorsi. Metterli in competizione non é solo un esercizio strampalato ma anche abbastanza surreale. Quando lo stesso Kabat Zinn sostiene che la Mindfulness è una ridefinizione del Dharma stesso in chiave contemporanea genera altrettanta confusione. Spesso l’accusa che viene rivolta alla Mindfulness è quella di essere una forma di Dharma senza o con irrilevante prospettiva etica. In primo luogo il Dharma non può esistere senza etica. É nato “per questo”, mi si conceda la semplificazione, o meglio si potrebbe dire che l’aspetto etico è centrale e senza questo avrebbe poco senso. Proprio per questo motivo Dharma e Mindfulness sono diversi. Non meglio o peggio. Diversi. “Incolpare” la mindfulness di essere senza etica sarebbe come chiedere alla meditazione, solo in quanto tale, di esprimere una visione del mondo. La meditazione, lo ricordo, nella prospettiva buddhista è un “di cui”, è la via attraverso la quale si esprime l’insegnamento di Gotama. Da questo punto di vista, spingendosi più in lá le due cose coincidono. Ma la meditazione può esistere serenamente senza Buddhismo, peraltro esisteva ben prima di esso, e la mindfulness, ma non solo, ne è la prova. La mindfulness non esprime necessariamente una visione del mondo ma un approccio al mondo si. Questo la rende ovviamente simile al modo in cui il Buddhismo si avvicina alla vita. E dunque non alternativa. Anzi, questo è esattamente il punto di contatto. Che poi da ciò, per quanto riguarda la mindfulness scaturisca come “conseguenza” una visione etica é un “di cui”. Anzi, questo è il suo preciso “di cui”. Perché non è nata per questo. Ma, se applicata nel profondo, non può esimersi dal l’interrogativo. E veniamo alla seconda “accusa” rivolta a questa disciplina, di essere un Mc Donald’s della spiritualitá. Altra affermazione che nasconde un pregiudizio e poca conoscenza. La mindfulness non è una ricerca spirituale se non per il fatto che si occupa, per ovvi motivi, della persona. Ma ciò non è “sufficiente”. Per fortuna mi viene da dire. Non credo, infatti, che l’intento di Kabat Zinn fosse quello di fornire risposte sulle questioni ultimative dell’esistenza. Precisamente per questo motivo ha tenuto fuori il Buddhismo che questa funzione, se vogliamo, la esercita già come ogni altra forma di religione o filosofia. Criticare la mindfulness chiedendole di essere ciò che non è significa non conoscerla, non prenderla sul serio e perdere l’immenso valore che racchiude.

Veniamo poi al mantra dell’origine o delle radici della Mindfulness nel Buddhismo. Un luogo comune che trova origine più che altro dal fatto che Kabat Zinn stesso é stato per anni un praticante buddhista. La relazione sarebbe come quella ipotetica tra Abhidharma e psicoterapia. Sebbene entrambi lavorino sulla mente con profonde affinità, questa non é ragione sufficiente a renderle parenti. Sono complementari ma diversi. Ed é bene così. L’operazione che ha portato Zinn alla creazione della Mindfulness ha di fatto un suo senso autonomo, nobile, profondo e più che utile senza ogni volta scomodare il Dharma. Anzi, è stata possibile proprio perché il “Buddhismo”, qualunque cosa si intenda con questo termine, è rimasto fuori. E aggiungo due elementi: il primo è che la mindfulness ha una dignità in sé e non necessita di antenati nobili che ne giustifichino l’esistenza. É nata con uno scopo dichiarato ed è perfetta per quello. Non credo serva ricordare la vastità di studi scientifici che ne certificano gli effetti, il metodo e la validità. In secondo luogo fondare un parallelismo sul fatto che entrambi i percorsi lavorano sulla consapevolezza è non solo riduttivo ma sminuisce sia la prospettiva dell’uno che dell’altro. Capisco bene la frase di Kabat Zinn perché è una “moda” che si sta diffondendo molto nei contesti buddhisti laici, dove si sostiene, appunto, che la mindfulness avrebbe riportato l’accento sulla validità della meditazione come pratica principale anche in contesto buddhista. Che è una contraddizione in termini. Sia perché allora si tornerebbe al punto di partenza di una mindfulness comprensibile solo come derivato minore del Buddhismo, sia perché si ribadisce una cosa ovvia, ossia che l’insegnamento di Gotama è fondato sulla pratica di consapevolezza e non meramente su una tecnica. Ridurlo a questa sarebbe davvero misera cosa. Come diceva Gotama, chi è troppo attaccato al proprio posto, inteso come insieme di opinioni, ruoli, punti di vista, certezze, convinzioni, fará molta fatica a vedere il Dharma. Figuriamoci a viverlo. Vale in ogni contesto. Si potrebbe e si deve percorrere la strada insieme (o anche non necessariamente) ma occorre una mente aperta, risvegliata. Che non è appannaggio comune di nessun ismo. Sia esso secolare, tradizionale o immaginario.

Photo by Christopher Burns on Unsplash

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